mercoledì 25 settembre 2013

Intervista a Fabiana Imbriani.

Intervista a Fabiana. Questo progetto è una sorta di documentario letterario, lontano dalle vetrine televisive di politici e pseudo-celebrità, per fotografare ciò che stiamo vivendo. Ho pensato che lo scritto, pur essendo meno immediato del video, sia un buon modo di contrapporsi alla società dell'immagine, nella quale siamo abituati a cambiare velocemente canale ogni volta che qualcosa non ci va. Quello che propongo è un ritorno alla calma, alla lentezza, all'ascolto del quotidiano. Le interviste sono prima registrate e poi portate su carta, cercando di mantenere il più possibile la fedeltà al parlato. Le persone che hanno partecipato e quelle che parteciperanno si esprimono in maniera colloquiale e non costruita, quindi gli errori e le ripetizioni sono qualcosa di normale e di non risibile (se ci registrassimo 24 ore su 24 ci accorgeremmo di quanti errori commettiamo parlando). Buona lettura.

 
"La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto." (Charles Bukowski)  

22 maggio 2013. Napoli.
(accendo il registratore senza avvertire, mentre sta parlando)

F- Io sono veramente tanto dispiaciuta di questo. Il fatto è che le bambine, ora, già a cinque o sei anni, sono arroganti. La bambina che esce per andare nel parco vuol farsi vedere invece di mettersi a terra a giocare, scavare, fare buche e toccare. La bambina di cinque anni ha lo smalto sulle unghie, ancora non sa perché. Però guarda chi è di esempio. Un genitore, un amico, un insegnante. Sì, perché gli insegnanti purtroppo fanno la loro. Il motivo è questa idea che l'importante sia lavorare, non la passione. Si sta perdendo qualsiasi cosa.  Se non si allenta il consumo e l'uso che si fa della vita, se non ci si ferma, non cambia nulla. O almeno bisogna prendere coscienza di quello che si fa. Sbaglia, continua a sbagliare, continua ad avere tutte queste cose che non ti servono. Lo vuoi fare? Fallo. Ma almeno fallo con consapevolezza. Hai degli strumenti in mano, usali realmente. Purtroppo è solo questo, si invecchia ma non si cresce. Mai. E non c'è più innocenza. È una cosa che penso si sia completamente persa. Vuoi i tempi, vuoi la tecnologia, vuoi che ormai il telegiornale è diventato la peggiore fiction che esista. Perché fa figo uccidere: hai il tuo giorno di gloria, ne hai bisogno perché ogni essere umano ha bisogno del suo giorno di gloria. Io, tu e anche il più pazzo dei pazzi. C'è chi non riesce a trovare questo suo giorno nell'amore o col lavoro della propria vita. Quindi che si fa? Cosa siamo ormai? Se sei un serial killer diventi leggenda. Sei una persona che in realtà vuole dispensare amore? E perché, sei impazzito? Anche quelli che si reputano alternativi fondamentalmente sono tutti uguali. Può cambiare l'orecchino o il modo di vestire, ma sono tutti uguali. È tutto un apparire, solo apparire.

D- Quindi il tuo rapporto con il presente?

F- Il mio rapporto con il presente? Purtroppo sono una persona arrabbiata. Ma non posso permettermi di farlo a voce alta. Perché non so se poi, in realtà, io sia tanto diversa da quello che vedo. Magari è solo lo specchio di me, ho paura di essere coinvolta anch'io in questo meccanismo. Può anche darsi che dove mi sembra non esserci consapevolezza ce ne sia. Non so neanche se sto migliorando me stessa. Però sto vivendo, sicuramente. Sto provando ad avere una mia vita, una mia coscienza. A sapere dove consumo, dove non consumo, dove ho dei limiti. Questo è il mio rapporto col presente. È parlare, parlare un sacco. Da una parte mi interessa conoscere qualsiasi persona, poi però capita di annoiarmi. Arrivo piena di buone idee e, quando scopro che in realtà mi sbagliavo, mi incazzo ancora di più. Non so che rapporto avrò col mio futuro.

D- La velocità?

F- La velocità sta consumando tutto. Prima ci si basava sul giorno e la notte. Il giorno si produceva e la notte ci si fermava. Questi meccanismi, ora, non ci sono. Viviamo in una fabbrica attiva ventiquattr'ore su ventiquattro, si studia e si lavora con ansia. Ogni volta c'è qualcosa che si deve portare a termine mentre si perdono tanti valori. E più si perdono, più si perde tempo. Perché poi correre a concludere non è un guadagno, magari stai consumando il vero tempo. Quello a casa, quello con la famiglia, quello ad ascoltarti. È tutto molto più rapido, la mente non ce la fa. Quindi nascono la pigrizia, la stanchezza, la frustrazione. Arrivi a un punto in cui la vita è una ruota continua. Io mi auguro ci sia un collasso. Un collasso che faccia in modo che, per forza di cose, tutto si fermi.  Forse così si potrà ripartire più piano. Perché, quando ti rendi conto che ti fa male la milza, devi fermarti. Questi sono i tempi: non c'è più tempo. Siamo come il Bianconiglio. Che poi dove deve andare? Da nessuna parte, corre solamente. Urla, fa, si sbatte, si muove. È come la società. Non conclude mai nulla.

D- In che cosa credi?

F- Sono un po' disillusa, purtroppo. Credo nella fiducia che do alle persone, credo nell'affetto che provo nei confronti di alcune persone. Però se ti dovessi dire che credo nel bene che loro possono dare a me, no. Non ho mai avuto un sogno nel cassetto. Sono frettolosa nelle cose, fondamentalmente. Come con le mie creazioni. Potrei fare una lampada in Tetra Pak ma ci impiegherei due settimane. Quindi faccio le cose piccole, faccio il portamonete per cui ci vuole in media mezz'ora. Devo vedere i risultati. Il concetto di "sogno nel cassetto" l'ho tolto di mezzo. Vedevo che tutte le sere, anche quand'ero piccola, cambiava, e mi chiedevo perché avrei dovuto averne uno solo. Come avere il gruppo preferito, l'artista preferito. Che ne so, quello oggi mi fa piangere e domani non mi piace. Ci sono sempre tante sfaccettature di ogni cosa. Credo in poco. Credo in poco anche per l'abbandono che ho avuto dalla mia famiglia. Ci vuole tanto a metabolizzare questa cosa. Per me è stato strano. Ci sono stati, poi si sono divisi, poi è mancato uno, poi l'altro ha messo i bastoni tra le ruote. C'è chi ti usa come scudo e come manganello per colpire. Diventi oggetto. Oggetto di guerra, non oggetto di amore. Se ti abbandonano quelle certezze, se non hai mai un tetto fisso, se il buon rapporto con tua mamma dura sei mesi e poi s'interrompe e tuo padre c'è a sprazzi, è difficile credere in qualsiasi cosa. A meno che non sia "comunque vada una soluzione la trovo". È l'unica cosa in cui credo. Me ne so successe tante, me ne so successe di brutte. A volte sai cosa mi è capitato, ultimamente? Di dirmi "precipita". Quando vedevo che le cose iniziavano ad andare male speravo che la situazione precipitasse, che mi distruggesse, speravo di perdere tutto. Perché quando hai perso davvero tutto puoi cambiare. Sei sfrattata da casa dalla tua famiglia? Va bene. Fatemi male, martellatemi, toglietemela da un giorno all'altro. Perché poi io cambio veramente, posso cambiare. Non è più una questione di dare la colpa agli altri. Da quando mi hanno cacciata, da quando ancora una volta mi è crollato il mondo, mi sono rafforzata, ho messo un altro mattone nell'essere, nel crescere, nel voler capire me stessa. A volte ringrazio, con un pensiero leggero e strano, di aver vissuto queste cose. Perché mi hanno dato l'opportunità di sapere chi è Fabiana, che limiti ha. Io non credo di conoscermi al cento per cento, altrimenti sarei un'illuminata no? In questo momento starei volando. Però so qual è il mio limite di sopportazione. Non conosco la felicità, non so cosa mi renda felice, orgogliosa. Della gioia non conosco il limite, del mio dolore sì. E poi volevo dirti questo: da grande voglio diventare una foglia.

D- Una foglia?

F- Ho deciso. Forse un giorno ci potrò riuscire. Bello: fai il tuo periodo, fai la tua vita, fai il meglio, dai tutto il verde che hai da dare, sprigioni tutto quello che devi sprigionare, prendi le cose come vanno. Poi finisci, ti eclissi. Però hai dato. È quello che voglio fare io. Io voglio arrivare ad essere anche come la più minuscola foglia di bonsai. Però ce la devo fare. Devo sprigionare tutto. Vuoi raccoglierlo? Mi farebbe piacere. Non vuoi raccoglierlo? Non fa niente, io l'ho dato. Un po' di mio non spero di lasciarlo ma di averlo dato. Magari l'ha visto solo una persona, l'ha preso e se l'è portato via. Mi va bene lo stesso.

D- "Munnezza differente".

F- "Munnezza differente". Il nome è nato nel periodo in cui il mio gatto era stato operato. Stavo nel corridoio di casa tutta la notte, con un telo, a fargli compagnia mentre faceva la flebo. E di fronte a me c'era questo cartello con scritto "Buttare la munnezza". Dimenticavo sempre di buttarla, e da quel cartello è venuta l'idea. La differenza è stata nel capire che qualcosa potevo farla, qualcosa che non ricalcasse il solito schema del lavoro. Mi ha fatto stare bene quando ci ho creduto. Mi piace perché amo parlare con la gente, quando metto su una bancarella e si avvicina attratta da qualcosa. Mi piace stimolare la curiosità. I miei lavori sono tutti colorati, mi piace vedere quella che compra il portafogli e dice "Questo lo compro a mio figlio", poi lo mette in borsa e lo usa. Mi fa sorridere questa cosa, mi fa sorridere provocare. Poi tagliare il Tetra Pak, che è un materiale duro e modellabile, mi permette di sfogarmi. Ho provato a lavorare l'alluminio. È freddo e tagliente, non mi rappresenta. Un materiale rigido ma che comunque è in qualche modo plasmabile, colorato, rispecchia davvero la mia persona. Mi fa bene farlo, mi scarica i nervi tagliare, mi fa felice progettare un nuovo modo, trovare una nuova forma. E mi piace avere questo rapporto diretto con chi si interessa. La cosa che amo di più è spiegare come si fanno le cose. C'è chi direbbe che è un segreto professionale. Ma perché? Perché devi avere l'esclusiva, devi guadagnare?  I miei prezzi sono bassi: un euro, due euro. Sono simbolici. Maggiormente i lavori li regalo, hai visto. Se sei interessato davvero ti faccio pure il disegno su carta, così dopo lo fai a casa. Perché non ho la necessità di darti un prodotto che sia mio. Ti sto dando l'input, ti sto dando i mezzi. Ti do un mezzo perché magari tu, mamma, il pomeriggio, invece di lasciare tuo figlio davanti alla televisione o davanti un social network, che ne so, lo metti a fare lavori del genere. Vuoi i coriandoli? Inizia a farli con tutta la carta che ti avanza, tutta la carta che trovi. È Carnevale? Vogliamo festeggiarlo? Facciamo le mascherine, le disegniamo, le ritagliamo. È Natale? Si attaccano le palline di carta sul soffitto, non si compra l'albero di Natale confezionato. La manualità nel fare le cose, nel toccare i prodotti, ti dà anche una manualità che ti serve nella vita. La mano non si usa solo per prendere un oggetto e spostarlo. Ha milioni di muscoli, milioni di nervi, ha una funzione fondamentale. Io so anche punto per punto com'è formata, come si chiama ogni strato dell'unghia. Se venisse un'artrite a tutti si pentirebbero tantissimo di quello che non hanno sfruttato del loro corpo. Sto cercando di creare un'associazione per portare questi progetti di riciclaggio nelle scuole, nei laboratori. Anche senza scopo di lucro. A me fa piacere. Il concetto di fondo è semplice. Tu, consumatore che stai prendendo un prodotto, da che cosa sei attratto? Dalla confezione. La confezione è la cosa più bella. È appunto per questo che stai comprando il succo di frutta: c'è gente che l'ha studiata, gente che l'ha disegnata, gente che l'ha fabbricata. La compri perché ti piace però la butti. Figurati, io nemmeno li bevo i succhi di frutta, riciclo le confezioni di prodotti che fondamentalmente non consumo. Sono allergica ai conservanti. Riciclo quello che buttano gli altri. Raccolgo le cartacce dal cestino di casa perché non ci pensa nessuno.

D- Raccogli le cartacce degli altri.

F- Raccolgo le cartacce degli altri, sì. Odio le persone che, quando hanno il raffreddore, usano il fazzoletto una volta e lo buttano. Hai capito che spreco? Io non faccio niente, non sono più brava di nessuno. La perfezione non mi piace, è inutile. E neanche cerco di essere precisa. Precisa perché? Secondo quali schemi e quali canoni? È una scatola. La taglio come dico io. Altrimenti rimarrebbe comunque una scatola. Se pensi di poterlo fare meglio, fallo. Però la gente è pigra. A me piacciono le cose fatte velocemente ma con le mie mani, alla maggior parte piacciono le cose fatte dagli altri e bene. Quindi saranno perennemente degli infelici: come puoi vedere una cosa che veramente ti piace e ti riempie se quella cosa non l'hai fatta tu? Sarà sempre la mano, la personalità di qualcun altro. E tu stai acquistando un prodotto, un sentimento, un'idea. Così non potrai mai trovare un oggetto veramente tuo, essere veramente appagato. Vedi parecchia gente che ha il portatabacco in Tetra Pak? No. Però tutti hanno l'iPhone. È come chi sta nel paese e si lamenta. Perché sa che si può lamentare, pensa di essere giustificato, può dire che non c'è nulla. E chi viene qui cosa dice? Che Napoli è troppo caotica? Si sentono autorizzati a lamentarsi perché non hanno niente di costruito da loro. Questo porta alla frustrazione. Perciò mi sono allontanata da tutti i canoni. Ad esempio non ho una macchina. L'ho anche avuta, l'ho lasciata sotto casa per un anno senza assicurazione e senza bollo. Perché, per farmi un'assicurazione, dovevo lavorare un anno. E poi mantenermi il lavoro per mettere la benzina. E se facciamo che io la mia benzina me la do tutti i giorni seguendo quello che mi piace, che mi fa alzare entusiasta? Ho fatto del male a qualcuno? No. A me stessa? Per niente. E allora perché non farlo? I mezzi ci sono. Però devi cercare quelli che ti facciano crescere un pochino. Un pochino, non è troppo.

D- Libertà.

F- Io non so esattamente cosa sia la libertà. E se non l'immagini non esiste. È un tema complesso. Di libertà ce n'è poca. Penso a una persona quando dico questa frase: la libertà è stare bene per quello che si vuole fare. Sii quello che ti pare. Cammina sulle mani invece che sui piedi. Sii felice, sempre e pienamente, di fare quello che stai facendo. Sii come vuoi, cerca di star bene in quel ruolo. In questo senso mi sento libera. Perché di mille che mi stanno guardando male forse cinquecento lo fanno per invidia. Anche se non condividono questo modo di essere, magari guardano con quell'occhio un po' pungente per dire "cazzo, però l'ha fatto". La libertà ha un posto ben preciso nel tuo corpo. Se trovi il modo di farla uscire, bene. Se no non sarai una persona realmente libera. Ma capisco poco di libertà. Perché purtroppo vedo un limite, vedo una fine, e la libertà non dovrebbe avere fine.

D- Viaggio.

F- A me non piace viaggiare, sai? Mi fa bene la vacanzetta, ogni tanto mi fa bene cambiare. Ma non mi sento ancora soddisfatta di tutto ciò che ho visto qui per poter viaggiare come si dovrebbe. Non mi entusiasma, mi piace più essere ferma da qualche parte. Mi guardo intorno, mi muovo sempre. Ma devo sapere che la sera torno a casa. Custodire quel poco che ho, quel poco che sono riuscita ad avere. Sì, sono stata in Turchia. Però volevo tornare.

D- Terra.

F- Tu lo sai, a me piacerebbe un mondo a piedi scalzi. La terra penso sia il mio primo gioco dell'infanzia. Rubavo la farina a mia nonna per andare a fare i biscotti di farina, terra e acqua. A me piace ancora giocarci ma questa è purtroppo una terra stanca, marcia. È lo specchio di quello che ci sta sopra. Finché in superficie c'è tutto questo lei, che è spugnosa, assorbe. Assorbe l'acqua se piove, assorbe l'immondizia che le butti sopra. Quindi s'è rovinata, s'è rovinato tutto. Rimane comunque la cosa più fantastica che ci sia. Per me l'estate perfetta è in montagna. Non mi piace troppo il mare. Non puoi controllarlo bene, puoi vedere fino a un certo punto. Poi è, per forza di cose, buio.

D- Invece la terra si vive passo passo.

F- La terra si vive passo passo, dipende da come la scopri. Da come inizi a scalarla se è una montagna, da quello che vuoi coltivare nel tuo orto. È qualcosa che dipende da te, che cresce con te.

D- La musica.

F- Non ho un gruppo preferito. Adoro la musica strumentale, adoro la musica che mi libera. E poi il sentimento che amo di più sai qual è? La nostalgia. Per me è il sentimento più vero. Non lo puoi gestire. Non ti si toglie dalla faccia, non ti si toglie dalla voce. Mi piace sentire qualcosa che sia sudato. Mi piace la musica non cantata perché mi sembra di ascoltare e leggere di più quello che ha da dire. Ho un rapporto morboso con la musica. Mi addormento con le canzoni, mi sveglio con un motivetto in testa e non la smetto per tutto il giorno. Non mi piace la musica di protesta piena di parole, come il rap. Lascia fare a me, lasciami lo spazio di immaginare. Tu festeggia, vivilo, qualunque sia il genere festeggia quello che riesci a fare. Io adoro chi riesce a toccare uno strumento, come un uomo che mette la penna sulla carta. È ammirevole. Delle canzoni in inglese non cerco nemmeno i testi. Magari non ho capito un cazzo di quello che dice un pezzo però mi fa immaginare ciò che voglio, mi libera un pensiero, mi ruba una lacrima, un sorriso. Mi fa incazzare? Fa comunque qualcosa.

D- Ti piace il modo.

F- Sì. Ascolto qualunque tipo di musica, dalla turca alla russa all'ucraina. Non è mai sempre lo stesso genere. O perlomeno, se così è, non me ne sono mai accorta. Io non so farla. Non sono proprio in grado, non mi riesce. Però, per un periodo, ho fatto dj set di musica balcanica ed electro swing. Balliamo, il resto fa niente. Abbiamo trovato tutti quell'ora per fare festa? Facciamola sul serio. Così come gli zingari. Perché la loro musica è così piena? Perché vivono una vita particolarissima, vivono una vita precaria giorno per giorno, minuto per minuto. Quando festeggiano c'è partecipazione, è come se abbattessero un po' i conflitti della giornata, quel ruolo "uomo", "donna", "bambino". Ma, nel momento in cui vedi solo il lato economico, perdi il fascino di qualsiasi cosa. Si seguono i gruppi per nome e non per amore. Il mio compagno suona. Lui, parlando con tanti artisti, non si spiega come partano tutti dallo stesso sudore di furgone, dalla stessa precarietà, dagli stessi disagi, e poi basti un niente a farglieli dimenticare. Purtroppo finché c'è sete di potere sarà così. È l'ingordigia. L'ingordigia nel lavoro, l'ingordigia nel successo, l'ingordigia nell'avere, nel possedere, nell'apparire. E non finiscono mai, sprecano tutto. Tutti sono cantanti, tutti sono grandi illuminati, ispirati a fare musica, tutti hanno da dire qualcosa. Ma io ti vorrei chiedere: tu lo sai cosa stai dicendo? Parla, parla, dici quello che ti pare. Anche le più grandi stronzate del mondo, dille bene. Dille davvero. Fallo nel rispetto di chi magari vorrebbe avere un posto dove raccontare qualcosa e non ce l'ha. Perché non ha avuto la tua stessa fortuna, non ha avuto la tua stessa capacità, ostinazione, costanza nell'arrivarci. Perché proprio quando sei lì, invece di fare realmente quello per cui hai lottato, ti perdi? Purtroppo è un mondo dove non c'è più spazio per tutti, in nessun campo. Quando hai questo spazio, se puoi, facci entrare anche gli altri. È come un ascensore. Che senso ha avere l'ascensore vuoto se ci sono dieci persone a fare la fila? Se c'è posto per dieci possono entrarci in dodici. Io la penso così. 

venerdì 23 agosto 2013

Intervista a Mara Guida.

Intervista a Mara, studentessa di Scienze politiche. Questo progetto è una sorta di documentario letterario, lontano dalle vetrine televisive di politici e pseudo-celebrità, per fotografare ciò che stiamo vivendo. Ho pensato che lo scritto, pur essendo meno immediato del video, sia un buon modo di contrapporsi alla società dell'immagine, nella quale siamo abituati a cambiare velocemente canale ogni volta che qualcosa non ci va. Quello che propongo è un ritorno alla calma, alla lentezza, all'ascolto del quotidiano. Le interviste sono prima registrate e poi portate su carta, cercando di mantenere il più possibile la fedeltà al parlato. Le persone che hanno partecipato e quelle che parteciperanno si esprimono in maniera colloquiale e non costruita, quindi gli errori e le ripetizioni sono qualcosa di normale e di non risibile (se ci registrassimo 24 ore su 24 ci accorgeremmo di quanti errori commettiamo parlando). Buona lettura.

 
"La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto." (Charles Bukowski)  


(rumore di oggetti non identificati che cadono, risate)

Giulia- Mettici pure questo nell'intervista. Le amicizie.

D- Certo.

Mara- Le amicizie. Questa è Giulia Foresti, tutt'apposto (ride).

D- Qual è il tuo rapporto con il presente?

Mara- Ok. Il mio rapporto con il presente.

Peppe- È 'na cazz' e insicura.

Mara- (ride) Ehm... scorrevole. Nel senso che non ci penso tantissimo.

D- Lo vivi naturalmente.

Mara- Sì, lo vivo naturalmente, senza pensarci affatto.

D- Senza l'ansia, il "devo fare questo".

Mara- No, perché le cose che devo fare le faccio tranquillamente. Non perdo mai l'obiettivo che devo raggiungere, nonostante gli avvenimenti che si presentano ogni volta. Quindi il rapporto che ho con il presente è naturale. Già sta scorrendo, non ho il tempo di pensarci.

D- La velocità. Come ti relazioni alla velocità?

Mara- Dipende, non è che la velocità sia un concetto che sta al di fuori di me. Sono io a decidere a che velocità andare. Quando sento che tutto il resto sta scorrendo in maniera troppo veloce faccio in modo di rallentarlo. Prendo i miei tempi, le mie pause, e capitano invece situazioni contrarie... (Giulia ride)

Giulia- Peppe!

D- Immaginavo che era Peppe, sentivo delle strane mosse.

Mara- Però sto rispondendo, cazzo! (ride)

Giulia- Non ti devi convincere.

Mara- Non pensavo di riuscirci.

D- Io la trascrivo integrale, eh. Poi tagli tu.

Mara- Taglio io...

Peppe- Taglia lei, aè.

Mara- Cosa stavamo dicendo?

Giulia- Questa è la vera Mara.

Peppe- Quella di prima era finta.

D- Stavi dicendo che non vivi la velocità come una condizione esterna.

Mara- Sì, che...

Giulia- Non te lo ricordi! (risate) A me disegnami come elemento di disturbo/ disturbato.

D- Ok.

Mara- Ma tu ce le hai già scritte le domande oppure ti vengono naturali?

D- Ho un tot di domande fisse però dipende dalle persone. Ma non rovesciamo l'intervista.

Mara- Volevo sapere, più o meno (ride).

Giulia- Però quando metti la citazione mia devi aggiungere il cancelletto. Mi devo iscrivere a Twitter.

Mara- Era partita normale però...

D- Sì, era partita normale. Era un sacco che non avevo gli intrusi. Grazie.

Peppe- Prego. Tanto so' cazzi tuoi che devi riascoltare e trascrivere.

D- Hai capito che cacacazzo.

Mara- Hai capito, mo si risente tutte 'ste cose, che palle.

Giulia- Comunque non ti disturbiamo, parla tranquillamente. Noi stiamo parlando di altre cose.

D- Allora, facciamo una cosa: allontanatevi giusto un po'.

Peppe- Ci stai cacciando?

D- Non vi sto cacciando.

Giulia- Facciamo i bravi.

D- Stavamo dicendo... la velocità.

Mara- Sì, ho risposto.

D- Era finita?

Mara- Sì.

D- Ok.

(Giulia grugnisce. Risate)

D- Come lo scrivo?!

M- Eh, ma serio! (risate)

Giulia- Grugnisce!

Peppe- Giulia, cancelletto, grugnisce.

Giulia- Vabbe', ma la devi tagliare questa.

D- Taglia l'intervistata.

Giulia- Questa è un pezzo di storia. Mandamela.

Mara- Pure a me.

Giulia- Fatti i fatti tuoi.

Mara- Ma è la mia intervista!

Giulia- Ah, giusto, scusa. Oh, marò, come fai brutto. Fai troppo brutto. E pigliati l'intervista tua (risate).

D- Allora.. la velocità.

Giulia- Abbiamo risposto alla velocità. Base per altezza, prodotto diviso due (risate).

D- Scienze politiche.

Mara- Questa è la domanda successiva?

D- Sì, l'università, il tuo rapporto con l'università.

Mara- Ok. Il mio rapporto con l'università è buono (ride).

Peppe- Tutti trenta.

Mara- No, non ho tutti trenta però do gli esami. Tutt'apposto.

Peppe- Non è un colloquio di lavoro questo!

Mara- Ho fatto esperienze precedenti... tutto a posto. Posso essere assunta? Ti prego (ridiamo). Tu che hai un futuro (nota: questa informazione è totalmente erronea).

Peppe- No, Dome', non stiamo in condizione.

D- No, infatti. Ma pure mo, se faccio una domanda seria: in che credi?

Giulia- In me! In me!

D- Spostiamo: intervista a Giulia.

Peppe- Sempre al centro dell'attenzione.

Mara- Perché devo rispondere sempre io? In che credi... mi sono ammutolita. Non lo so, veramente.

Giulia- Devi dire: in me.

Mara- Che cazzo di domanda però... in che credi.

D- I tuoi principi, i tuoi valori. Quello che è importante per te.

Mara- Proprio una domanda semplice. Alla fine non so nemmeno io cosa dovrebbe essere importante per me (rumore di vaso che cade).

Mara- Hai scassato la pianta.

Giulia- Ha fatto così, bell'e buono.

Mara- Tu?

Giulia- Lui!

Peppe- Giulia, per te che cosa è importante? (fa un gesto misterioso, probabilmente si tratta di un messaggio in codice marcianisano)

Giulia- Ma vaffanculo! (Mara ripete il gesto) Ma vaffanculo pure tu!

Mara- Lui non può... non capisce, giustamente.

Peppe- Taglia tutta l'intervista.

Mara- Vabbe', ma tanto non si vede.

D- Questo sarà riportato come "gesto misterioso" (ridiamo).

Peppe- Credo in un gesto misterioso.

Mara- Giulia grugnisce, Peppe fa un gesto misterioso.

Giulia- L'ha fatto Peppe!

Mara- Abbiamo capito, Giulia. L'ho fatto pure io. Manchi solo tu.

Peppe- Non lo farà mai.

D- Com'è? (provo a ripeterlo)

Peppe- Hai scelto la persona sbagliata da intervistare, Dome'.

D- Mamma mia, è tutto il contesto.

Giulia- Persona sbagliata, contesto sbagliato...

D- Dai, le persone sbagliate non esistono. Esistono contesti sbagliati.

Mara- Infatti, contesti sbagliati. Penso si capirà.

Giulia- E comunque è colpa di Peppe.

Peppe- È sempre colpa di Peppe.

D- Non solo non si fa intervistare, disturba pure.

Mara- Ma serio. Tu da quanto tempo devi intervistare Peppe, scusa?

D- Da quando è iniziato tutto, quasi tre anni.

Giulia- Questa è una forma di esibizionismo, comunque.

Mara- Perché non ti fai intervistare in contemporanea a me?

Peppe- No.

D- Stavamo dicendo: in che credi?

Mara- Ah... (ride) Mannaggia la miseria. No, mi sento troppo in imbarazzo, te lo giuro.
(Peppe ripete il gesto misterioso)

Giulia- Ma vaffanculo, perché mo hai pigliato 'sta capata di merda...

Mara- Vabbe', rispondo secco, però non do spiegazioni.

Giulia- Oh, ma in che credi? Anche a livello di principi morali... credi nella famiglia? Credi...

Mara- No, non in queste cose. Credo nelle persone, punto e basta.

Giulia- E sbagli.

Mara- E lo so.

D- Senza spiegazione. Quindi se la prossima domanda fosse "Cosa intendevi prima"?

Mara- No, non vale.

D- Nemmeno "Per quale motivo credi nelle persone"?

Mara- No.

D- Niente.

Mara- No.

Peppe- Bella 'st'intervista, te lo giuro.

D- Napoli.

Mara- Devo parlarti di Napoli?

D- Sì, per te.

Peppe- No, tutto.

Mara- Tutto di Napoli?

D- Sì, voglio una descrizione dettagliata di Napoli (risate).

Mara- 'O rettifilo, Mezzo Cannone... questa è Napoli (risate).

Peppe- E Spaccanapoli?

D- Questa vince il premio "Intervista più assurda".

Giulia- Ma serio, ieri sei andata a sballarti a Napoli, non ti ricordi niente?

Mara- È vero, ieri ero a Napoli.

Giulia- Mentre noi stavamo a Candida. Taglia pure questo.

Peppe- Perché, non si può sape'?

D- Che siamo stati a Candida?

Giulia- No, perché noi siamo un'interferenza.

Mara- Penso che se taglia tutte le interferenze l'intervista esce di tre righe.

D- Mi sa di sì.

Mara- Ok. Napoli. A Napoli ci sono nata, continuo a viverci e ad andarci per una serie di fattori. Quando sono a Napoli è diverso da quando sto qua a Marcianise. Nonostante io non possa fare tutto quello che faccio qua, uscire, fare tardi la sera, là mi sento meglio. Per il semplice fatto che mi sento distante da qualsiasi cosa e da qualsiasi persona. Me la vivo bene, ho un bel rapporto con Napoli. E vorrei anche poterci stare. Però penso sia meglio andare via da qua. Comunque ho un legame molto forte con Napoli.

D- La tua idea di libertà.

Mara- Tutte domande semplici, devo dire la verità (ride). Vabbe', allora.. la mia idea di libertà non implica l'assenza di regole oppure la capacità di poter decidere arbitrariamente di fare quello che si vuole. La libertà, paradossalmente, è essere in grado di rispettare determinate regole, determinati valori senza farli entrare in collisione con quelli che sono i tuoi desideri personali che a volte possono anche nuocere a chi ti circonda... (un cellulare suona, ricominciamo a ridere)

D- Ma sembra Paperissima però.

Giulia- Non lo trascrivere questo.

D- Giulia grugnisce, Peppe fa un gesto misterioso, un vaso cade, il cellulare di Giulia squilla.

Mara- Mi sono dimenticata, ciao.

D- Stavi dicendo.. "paradossalmente nel rispettare un insieme di regole".

Mara- Di valori, non di regole.

D- Sì.

Mara- E conviverci con questi valori. Mi sento troppo, sai...

D- Sotto pressione?

Mara- No.

D- Sotto esame.

Mara- Sì!

D- Oddio. Colpa mia? Colpa loro? Tu di carattere?

Mara- Io di carattere (ride, suona di nuovo il cellulare).

D- Arriva un altro messaggio.

Mara- Ridi, scema! (Giulia ride) Si sta trattenendo... ridi.

D- Situazione politica.

Mara- Situazione politica?

D- Ah.

Mara- Ah... posso evitare? Ti prego (ride). La evito.

D- Ok.

Mara- La evito, se no non la smetto. La evito.

D- Social network.

Mara- Cazzate. Sono una bella cosa ma vengono utilizzati in maniera stupida. Non ho granché da dire sui social network.

D- Il futuro.

Mara- Eh, è un po' come la domanda della politica e dei valori. Il futuro... buio totale, veramente. So soltanto che non sarà qua. Poi per il resto mi butto. Però non è qui, qualsiasi tipo di futuro. In qualsiasi ambito.

D- Ok.

Mara- Finita?

giovedì 15 agosto 2013

Intervista a Claudia.

Intervista a Claudia, viaggiatrice. Questo progetto è una sorta di documentario letterario, lontano dalle vetrine televisive di politici e pseudo-celebrità, per fotografare ciò che stiamo vivendo. Ho pensato che lo scritto, pur essendo meno immediato del video, sia un buon modo di contrapporsi alla società dell'immagine, nella quale siamo abituati a cambiare velocemente canale ogni volta che qualcosa non ci va. Quello che propongo è un ritorno alla calma, alla lentezza, all'ascolto del quotidiano. Le interviste sono prima registrate e poi portate su carta, cercando di mantenere il più possibile la fedeltà al parlato. Le persone che hanno partecipato e quelle che parteciperanno si esprimono in maniera colloquiale e non costruita, quindi gli errori e le ripetizioni sono qualcosa di normale e di non risibile (se ci registrassimo 24 ore su 24 ci accorgeremmo di quanti errori commettiamo parlando). Buona lettura.

 
"La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto." (Charles Bukowski)  


D- Il tuo rapporto con il presente.

C- Il mio rapporto con il presente. I monaci hanno provato a "rieducare", quando mi sono chiusa due mesi in un monastero in Himalaya, il mio rapporto con il presente. Ma sono una persona tendenzialmente proiettata verso il futuro, anche immediato.

D- Non riesci a vivere l'attimo.

C- Mi sforzo. Però devo fare uno sforzo cosciente per vivere l'attimo.

D- Viaggio.

C- Viaggio? (ride)

D- Una vita in viaggio.

C- Praticamente sì. Allora, io non mi sono mai sentita napoletana, mi sono sempre sentita un pesce fuor d'acqua sia a volte a casa, che al centro storico che a Napoli che in Italia. Adesso, per estensione, anche in Europa. Un giorno arriverò all'Universo (ride). Ho iniziato a viaggiare appena ho potuto. A quattordici, quindici anni, i primi viaggi da sola. Finito il liceo sono scappata in Canada, poi Roma, Parigi, Costa Rica, Madrid, Lisbona, Madrid di nuovo, India, Madrid... e ora me ne andrò in Thailandia.

D- Spiritualità.

C- Spiritualità. Sono andata fino in India per prendermi un diploma in yoga però è stata un po' una forzatura. Nel senso che il mio lato spirituale l'ho cercato in modo... non proprio "costretto", ma ho fatto uno sforzo per ritrovarlo. Non sono una persona naturalmente spirituale, sono abbastanza pragmatica. Però adesso, con la pratica dello yoga, mi sto avvicinando un po' più al concetto di spiritualità. E cerco di circondarmi di persone più spirituali per imparare.

D- Libertà.

C- Più o meno va di pari passo coi viaggi, no? Secondo me la prima cosa, per essere davvero liberi, è non fare male a nessuno. Limitare i danni legati alla nostra esistenza su questo pianeta. E poi libertà dal lavoro, avere un lavoro creativo che non ti vincoli a un posto. E frequentare persone, anche innamorarsi di persone che non ti limitano ma ti danno un impulso in più a muoverti, ad essere libera. Anche questa è una mia ricerca.

D- In che cosa credi?

C- In che cosa credo? Credo nella natura. Nella forza dell'Universo. Però non penso che l'Universo abbia una ragione o un giudizio. L'Universo segue il suo corso. Tu, con la tua predisposizione, puoi attrarre cose positive o cose negative ma non c'è un'entità cosciente che si prende cura di te, è più una forza energetica. Se riesci a connetterti con quella forza in maniera armonica ne trarrai cose buone, se invece cerchi di contrastare gli eventi ne trarrai cose negative. Ma non credo nel signore barbuto o nel Buddha che ti guarda dall'alto e ti guida, non credo in una divinità antropomorfa, penso che ce la siamo inventata noi.

D- L'egocentrismo dell'essere umano.

C- Sì, totalmente.

D- Il lavoro.

C- L'ho già detto prima, per me il lavoro dev'essere una cosa che ti dà i mezzi per viaggiare e che non ti lega necessariamente a un posto. Qualcosa che puoi fare o da casa o in qualsiasi luogo del mondo. Per questo ho scelto lo yoga, la danza, le lingue, l'insegnare una lingua, quella di cui ci sia bisogno in un determinato paese. Qualcosa che non ti vincoli. E soprattutto a me piace la Spagna, ci sono rimasta tanti anni perché lì il rapporto con il lavoro è molto rilassato, non è come qui o negli Stati Uniti in cui tu sei il tuo lavoro, il tuo lavoro ti definisce. Il tuo lavoro è quello che fai tra il tuo tempo libero e il tuo tempo libero. E nessuno ti giudica o ti incasella per il lavoro che fai, è una parte della tua vita importante perché ti permette di mantenerti ma non ti definisce o ti limita, né ti vincola ad un determinato ambiente. E questa è la relazione che ho e che mi piace avere con il lavoro.

D- La piazza. Le piazze del mondo.

C- Guarda, io dico sempre che mi piace o il primo mondo, quello vero, - quindi Australia, Stati Uniti, con tutte le loro contraddizioni - o il terzo mondo, quello vero - Thailandia, India... entrambi hanno questo problema della carenza delle piazze. Il concetto di piazza è più un concetto dell'Europa mediterranea, nessuno altrove si dà appuntamento nelle piazze. Nella mia esperienza, almeno , negli Stati Uniti l'appuntamento è agli angoli di strada, come "tra Broadway e la 18º strada" dove sicuramente c'è uno Starbucks. Non ci sono proprio le piazze, quando ci sono sono parcheggi. È una cosa a cui tengo tantissimo però, fin quando non sono andata lì, non me ne sono accorta. E poi va be', in Asia che ti vuoi vivere la piazza, devi stare in posti chiusi perché le piazze non sono vivibili, soprattutto nelle città grandi. Anche per questo la Spagna guadagna punti. Il fatto del clima, dei punti di ritrovo, delle panchine, lo spazio circolare in cui puoi suonare la chitarra, bere una birra con gli amici all'aperto, conoscere gente random, è una cosa che quando non ce l'ho mi manca. Però non concepisco la gente che vive a Napoli, a piazza San Domenico tutto il giorno e ha come obiettivo di vita stare a San Domenico a chiacchierare. Quindi ho un rapporto un po' delicato, un po' personale, con la piazza. Mi piace averla però non la sfrutto tutto il tempo. Mi piace sapere che sta lì e andarci quando mi fa piacere.

D- Social network.

C- Social network. Sono utilissimi, proprio legati al discorso che facevamo prima. Libertà, viaggi, lavoro. Sono abbastanza positivi. Certo, non mi piace buttare la mia vita privata su un social network né spiare quella degli altri. Anche se a volte uno lo fa, volente o nolente. Però ti permettono di viaggiare, non perdere nessuno di vista, avere sempre qualcuno che conosce un altro anche se vuoi andare dall'altro lato del mondo. Scrivi su uno status "Sto andando lì, dove posso stare? Conoscete qualcuno che vive lì?" oppure cerco casa e mi aiutano tantissimo. Quindi io non prescinderei dal social network. Utilizzo solo Facebook, non ho Instagram. Ho un telefono dell'età della pietra e non so usare Twitter. Però Facebook ormai è fondamentale, è uno strumento di libertà se lo usi bene.

D- Situazione politica.

C- Situazione politica. Deprimente, triste. E uguale in tutto il mondo. Il problema è lo stesso dappertutto, cambia solo il grado di drammaticità. C'è poca gente che vuole benefici e vantaggi a scapito della maggior parte degli esseri viventi. Non solo umani, anche animali e vegetali. E certo in Italia stiamo come stiamo però, se ti guardi intorno, anche non uscendo dall'Europa, - Spagna, Grecia, Turchia - penso non ci sia un Paese che si salvi da questo tipo di mentalità. Forse è proprio innato.

D- Secondo te qual è la natura dell'uomo? Il capitalismo è il sistema migliore che potessimo costruire?

C- No, però era prevedibile. Io penso che anche a livello primitivo, anche a livello di clan, ci fossero comunque gerarchie, privilegi, schiavitù. Ovviamente estendendo questo concetto anche i danni si sono amplificati. Lo sfruttamento è peggiorato, l'impatto ambientale è peggiorato. Anche se tra le classi meno favoreggiate c'è un incremento della coscienza, grazie anche all'arte, alla letteratura, alla filosofia, all'antropologia. Quindi forse c'è più consapevolezza grazie anche al capitalismo. Come diceva Pasolini, lo stesso capitalismo ci ha fornito anche i mezzi per combatterlo. Perché magari in epoche primitive la condizione di schiavo non era completamente compresa, invece adesso gli strumenti per comprenderla ce li abbiamo.

D- La danza.

C- La danza è un tema un po' delicato per me. Perché io sono cresciuta convinta che sarei diventata una ballerina professionista e invece è diventata il mio condimento, il mio piacere. Ogni tanto faccio lavori con gli amici, difficilmente retribuiti. Ho collaborato con una compagnia professionale a Roma fino a ventidue, ventitré anni, poi ho studiato al conservatorio a Parigi. Però realmente, a livello caratteriale, non era per me. Perché la danza è dedizione, se la vuoi fare professionalmente dev'essere il tuo unico interesse. Mentre io ne ho avuti sempre troppi. Però va be', è espressione di libertà. Soprattutto a me piace l'improvvisazione. Il vantaggio di non essere in una compagnia professionale è che, quando ne ho voglia e quando mi sento ispirata, faccio il mio pezzo, la mia coreografia. E lo faccio con degli amici, che è sempre più piacevole di essere un mercenario della danza.

D- Ok. Il futuro.

C- Il futuro è un po' una mia ossessione. A cominciare da "Dove andiamo al mare la settimana prossima?" fino a "Resterò a Madrid o me ne vado in Asia definitivamente?". È molto legato ai movimenti geografici. Ogni tanto penso di essere un po' ossessionata dal mio futuro "privato". Vorrei avere una visione di futuro più globale, più positiva per tutti. Fare qualcosa che non sia sempre "Io, io, io", fare uno sforzo per un futuro migliore a livello collettivo. Non dico la pace nel mondo, parlo della mia famiglia, i miei amici, impegnarmi più concretamente a favore dell'ambiente, degli animali.

D- Riuscire ad avere un pensiero che non sia solo la sopravvivenza come singolo.

C- Esattamente. Sto cercando di... (Alessandro suggerisce: "Sovravvivere".) ... sì, di sovravvivere (ridiamo). Di salvare in qualche modo la mia tribù, il mio micro-cosmo.

martedì 30 luglio 2013

Intervista a Claudio Scalia.

Intervista a Claudio, 24 anni, studente all'Orientale di Napoli. Questo progetto è una sorta di documentario letterario, lontano dalle vetrine televisive di politici e pseudo-celebrità, per fotografare ciò che stiamo vivendo. Ho pensato che lo scritto, pur essendo meno immediato del video, sia un buon modo di contrapporsi alla società dell'immagine, nella quale siamo abituati a cambiare velocemente canale ogni volta che qualcosa non ci va. Quello che propongo è un ritorno alla calma, alla lentezza, all'ascolto del quotidiano. Le interviste sono prima registrate e poi portate su carta, cercando di mantenere il più possibile la fedeltà al parlato. Le persone che hanno partecipato e quelle che parteciperanno si esprimono in maniera colloquiale e non costruita, quindi gli errori e le ripetizioni sono qualcosa di normale e di non risibile (se ci registrassimo 24 ore su 24 ci accorgeremmo di quanti errori commettiamo parlando). Buona lettura.

 
"La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto." (Charles Bukowski) 


D- Il tuo rapporto con il presente.

C- Con il presente in che senso? In generale o localizzato?

D- Come preferisci intenderlo.
C- Se dobbiamo parlare del presente localizzato pensa che io vengo da fuori, vengo dalla Sicilia. E allora il mio presente localizzato, il mio presente legato a Napoli, è un presente particolare. Sai quando inizi a credere che non ci sia più modo di vedere qualcosa di sano intorno a te?

D- Sì.

C- Benissimo. Qui è così. Anche quando torno a casa. Ma a volte penso di stare meglio qui. Perché alcune cose non le perdoni al tuo popolo, agli altri popoli le perdoni. Quando sono a Napoli mi girano i coglioni ventiquattr'ore su ventiquattro perché vedo ventenni, trentenni che non hanno un futuro, che sono disperati, che spesso e volentieri trovano la loro soluzione nel “farsi” e nel disfarsi. Quando torno a casa vedo la stessa realtà, solo che mi fa incazzare di più. Se dovessimo fare un discorso più ampio dovremmo chiederci il motivo per il quale dalla letteratura greca e latina in poi tutti si lamentano delle crisi di valori. Se ti venissi a dire che la mia realtà risente di una crisi di valori non direi niente di nuovo.

D- Ognuno è stretto nel suo tempo.

C- Esatto. Per me il presente è uguale al passato. E purtroppo è uguale al futuro. Noi siamo esseri umani e psicologicamente non saremo mai pronti ad essere felici di noi stessi, mai pronti ad essere soddisfatti, mai pronti a tante cose.

D- Siamo condannati all'insoddisfazione.

C- Sì. Il presente per me non esiste, è un concetto di cui si può parlare in poesia, di cui si può parlare in letteratura, di cui si può creare un'immagine romantica. Però non esiste.

D- Visto che hai parlato del tempo sprecato. Se ti dico "piazza" che cosa ti evoca? Sia riguardo la Sicilia che qua.

C- La parola "piazza"? Tante cose. La parola "piazza", al suo interno, ha denotazioni negative come denotazioni positive. Io vedo noi giovani come delle persone che già stanno ascoltando il loro miserere. Perché spesso siamo tutti disperati e non sappiamo uscire da questa cazzo di condizione e ci troviamo sempre in situazioni pesanti. Però la piazza ha una connotazione positiva molto forte, è un posto in cui molti di noi, che magari non riescono più a campare nel loro quotidiano, provano ad approcciarsi agli altri, ad avere un rapporto al di là di qualunque cosa. Nello stesso tempo è uno dei luoghi che ti offrono le peggiori esperienze della tua vita. Mi evoca questo. Sia un tentativo disperato di socializzazione, di espandersi, di conoscere l'altro. Sia però lo spettacolo della psicopatologia, per usare un termine un po' più adatto.

D- La letteratura.

C- La letteratura in questo contesto o in generale?

D- Per te.

C- Per me è un grande confronto. Perché hai la possibilità di conoscere autori e culture che sono completamente lontani dalla tua ma che ti fanno comprendere quanto in realtà l'umanità sia una. Io amo i russi, come Dostoevskij, questi grandi autori che ti fanno un'analisi dell'animo umano - Gogol, adoro Gogol - ma amo anche un Bukowski che ti riduce l'animo umano ad un semplice "mi sono fatto una birra, una birrosa cagata, una sega e me ne sono andato a dormire". Ti danno un confronto con la realtà. Secondo me la letteratura ti rende più forte, sempre.

D- Tu scrivi?

C- Ci ho provato. Però riesco a scrivere più cose per ridere. Anche perché la letteratura risente spesso di numerose influenze. Oltre la cucina - perché credo che pure quello sia un campo artistico - il mio campo è la musica. Ci ho provato tante volte con la letteratura. Ma, come con la musica, spesso e volentieri si risente di troppe influenze. Anche perché noi siamo in un periodo in cui tante cose sono state fatte. Veniamo da tanti sperimentalismi. Che poi ce ne saranno tanti altri dopo però, nel frattempo, siamo condizionati da tantissime cose. Noi siamo la generazione che viene dopo autori come Joyce, dopo quello cosa vuoi creare? Per questo non scrivo, perché penso di non poter essere originale. Penso di poter creare delle fantastiche immagini poetiche ma che, di fronte a tanta arte, non sono niente di importante. E comunque se scrivo lo faccio per me.

D- Invece la musica?

C- La musica è la mia più grande forma di espressione. Là non sempre ci sono parole. Io non scrivo cose con parole, scrivo solo musica, ho studiato musica per anni. Mi piace l'idea che ci sia una cosa che prescinda da tutto, che non abbia bisogno di dialoghi, di stronzate.

D- Che sia più un flusso.

C- Sì, perché quella è una cosa diretta. Tu che sei l'esecutore sai cosa stai facendo, chi ascolta in realtà è alla tua mercé, sei tu che scegli quello che deve provare. Perché, a seconda di quello che fai, sai le emozioni che darai a qualcun altro. Magari non è precisamente quello che ti aspetti ma sai che comunque darai un'emozione, soprattutto se tu la senti, se hai qualcosa da esprimere. Secondo me tra noi, noi ventenni che viviamo nel 2013, tutti abbiamo qualcosa da esprimere. Ed è una grande fortuna perché altrimenti saremmo finiti sul serio.

D- Situazione politica.

C- In Italia?

D- In Italia.

C- (ride) Allora, tu parli con uno che è stato dirigente di un partito comunista in Sicilia. Eravamo in cinque quindi essere dirigente era abbastanza facile, sia chiaro (ride). La situazione politica è tragica. Da un lato quelli come me sperano nella povertà. Quelli come me sperano nel fatto che la società italiana, derivata da un benessere eccessivo negli anni '60, negli anni '70, impari che il benessere è finito e che bisogna cominciare a guadagnarsi le cose. Perché secondo me quella di mio padre, come forse la tua famiglia, sono famiglie che hanno vissuto un periodo di benessere bestiale. Siamo stati, tra virgolette, "viziati". E in questo momento siamo disperati. C'è un qualunquismo così forte da far andare avanti personaggi come Grillo, come tanta altra gente. Per carità, molte cose che dice Grillo sono giustissime. Io non posso contestare Grillo. Allo stesso tempo mi sembra troppo facile fare perno sulla rabbia della gente.

D- Non è tanto il messaggio quanto il modo in cui viene recepito.

C- Esatto. In Italia siamo persi. In Europa non siamo messi meglio, perché il welfare state è un concetto presente in pochi stati e che funziona solo per quelli che ci abitano. La situazione politica è triste, ci vorrebbe forse un po' più di cultura. Ma dire che ci vorrebbe un po' più di cultura è facile. Dovremmo essere noi, che siamo più interessati, a portarla in giro.

D- Ok. L'università. Che dovrebbe essere la culla della cultura.

C- Eh... l'università invece non è la culla della cultura. Perlomeno in Italia non lo è. A Napoli è la seconda volta che provo a fare l'università. Io ora me ne andrò da qui perché non è una città per me, mi fa stare male.

D- Tu sei all'Orientale?

C- Io sono all'Orientale. Ti parlo di un'università che è del sud, che ha tutti i limiti delle università del sud ma che dovrebbe essere un'eccellenza. Invece non lo è. I professori si sentono dei luminari ma sono incattiviti, molti studenti sono arrivati lì probabilmente come me, per il fascino delle lingue orientali. Ma in realtà non gliene frega niente. E, a livello italiano, io credo sia quasi tutto così. Purtroppo in Italia dal punto di vista culturale, dal punto di vista politico, dal punto di vista lavorativo, chi va avanti è solo chi può farlo. Io sono un borghese e so che potrei andare avanti. Però tanti non possono. E, nel momento in cui si romperanno le scatole di frequentare corsi con professori arroganti ed acidi, forse dovranno fermarsi e fare una scelta. Io mi sono fermato e ho fatto una scelta, come borghese. Ma penso a tanta gente che in realtà non è borghese e che si trova ad affrontare un percorso di studi per poi non trovarsi niente tra le mani.

D- In che cosa credi?

C- Io credo nella gente. Sono ateo, credo che se Dio esistesse mi verrebbe a parlare in mezzo alla strada. Motivo per il quale per me Dio sono quelli che mi vengono a parlare in strada, come può essere un ubriacone, come può essere un tossico, un barbone. La gente è il mio Dio. Quanto possa essere sbagliato non lo so, credo che nessuno possa giudicare l'altro. Penso che tutti noi abbiamo scheletri nell'armadio spaventosi. Se io e te dovessimo parlare della nostra storia avremmo un bel po' da raccontare. E quindi, quando mi trovo in mezzo alla gente, penso che viviamo tutti una situazione complicata, chi più chi meno, chi riesce ad affrontarla più facilmente, chi no. L'importante per me è che la gente intorno a me stia bene, che i miei amici stiano bene, e anche chi mi rompe il cazzo - perlomeno cerco di capire per quale motivo mi stia rompendo il cazzo. Se no non ho senso di vivere, non c'è motivo per cui io debba vivere. A cosa servo se non sto in mezzo alla gente?

D- La tua terra.

C- La Sicilia. Hai appena intervistato una siciliana, quindi sai che un siciliano quando ti parla della sua terra te ne parla con tanto amore e con abbastanza odio. Perché tanti dei pregiudizi sulla Sicilia non sono pregiudizi. L'omertà, le altre cose... non sono pregiudizi, sono reali. Ed è una di quelle cose che ti fanno distinguere Catania da Napoli, che per il resto sono identiche. Noi molte cose le nascondiamo. Però io non mi sento italiano, io sono siciliano. La mia terra è la cosa più importante, la mia gente, le mie strade, le mie tradizioni, quello che mangiamo. Il che non vuol dire che non possa essere abitante del mondo, cosmopolita o come preferisci chiamarlo.

D- È non omologarsi.

C- Esattamente. Io non ho mai voluto perdere il mio dialetto, nonostante molta gente venuta dalla Sicilia qui l'abbia perso. Non ho mai voluto perdere il mio accento, non ho mai voluto perdere niente. Anche se qua mi sento a casa certe cose non le voglio perdere.

D- C'è differenza tra voler conservare le proprie radici e avere pregiudizi.

C- Per me non è questione di pregiudizi, è esattamente quello che hai detto adesso: si tratta di conservare se stessi. Io vengo dal sud e sono al sud, da sud a sud mescolarsi è facile. Non sono andato a Milano. Se senti il mio accento, tu che sei di qua, non ti sembra un accento strano. Non ti sconvolge. Se io utilizzo termini dialettali, tipo 'nzevato, tu lo sai cosa vuol dire. Io sono cresciuto così, la mia famiglia paterna ha una tradizione contadina e sono legato a quella tradizione.

D- Il futuro.

C- Eh... questa è la domanda importante (ride). Il futuro non lo vedo in Italia, perlomeno non in questo momento. Quando me ne sono andato da casa me ne sono pentito perché mi sono sempre detto che è troppo facile lasciare quando tutto fa schifo. Uno dovrebbe andarsene dopo. Quando ha le armi, quando può risolvere qualcosa.

D- Quando si tratta di una scelta.


C- Esatto. Il futuro è difficile, io non lo vedo qua, non lo vedo nella mia terra. È una grande domanda. Forse anche il futuro è un'invenzione letteraria, come il presente. Il che lo rende una cosa affascinante, bella, positiva. Però solo per la letteratura. Perché di fronte al futuro siamo niente, nessuno.  

domenica 28 luglio 2013

Intervista a V.

Intervista a V., laureata Lingue all'Orientale di Napoli. Questo progetto è una sorta di documentario letterario, lontano dalle vetrine televisive di politici e pseudo-celebrità, per fotografare ciò che stiamo vivendo. Ho pensato che lo scritto, pur essendo meno immediato del video, sia un buon modo di contrapporsi alla società dell'immagine, nella quale siamo abituati a cambiare velocemente canale ogni volta che qualcosa non ci va. Quello che propongo è un ritorno alla calma, alla lentezza, all'ascolto del quotidiano. Le interviste sono prima registrate e poi portate su carta, cercando di mantenere il più possibile la fedeltà al parlato. Le persone che hanno partecipato e quelle che parteciperanno si esprimono in maniera colloquiale e non costruita, quindi gli errori e le ripetizioni sono qualcosa di normale e di non risibile (se ci registrassimo 24 ore su 24 ci accorgeremmo di quanti errori commettiamo parlando). Buona lettura.

 
"La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto." (Charles Bukowski) 




D- Il tuo rapporto con il presente.

V- Abbastanza conflittuale. Sono sette anni che vivo a Napoli, ho appena finito l'università e so che dovrò andare via perché qui non c'è molto da fare. Questo mi destabilizza perché avevo trovato un equilibrio, ora invece ho un grande punto interrogativo nella testa. Lascio gli ambienti che avevo fatto diventare miei, i miei amici, e soprattutto la mia indipendenza perché, nonostante il desiderio di andarmene, credo che la prima tappa sarà il ritorno a casa. Così è come se tornassi un po' indietro, la vedo come una sorta di regressione, ma sicuramente arricchita. Il presente è proiettato nel futuro e vedo incerti entrambi.

D- Salerno.

V- Non rinnego le mie origini, ma qui ho trovato il mio equilibrio. Tornare a Salerno significa tornare in una realtà completamente diversa da quella che ho a Napoli, significa tornare in una città che funziona meglio di questa ma che vedo più lontana da ciò che sono diventata durante il percorso qui. Però Salerno è la mia famiglia, le amiche di sempre, anche se, rispetto a loro, sono rimasta in uno stato più piatto. Credo che il rapporto con la mia città sia conflittuale, questione di incompatibilità!

D- La velocità.

V- La velocità mi piace come caratteristica di un meccanismo, di uno stile di vita, di una persona. Cosa che non ho riscontrato a Napoli. Qui è tutto molto a rilento, "passa oggi che viene domani". C'è molta noncuranza. In questa cosa non mi sono ritrovata perché mi viene abbastanza naturale fare le cose in maniera veloce. Anche quando mi sposto vado a passo svelto e ne vedo di flemma in giro! Un po' mi snerva questa cosa. Io vado avanti così, sono fatta in un certo modo e non riesco ad andare a rilento. Nonostante ciò ho imparato a convivere con ritmi differenti, in fondo nemmeno la frenesia è positiva.

D- In che cosa credi? I tuoi principi.

V- I miei principi. Credo fermamente nella famiglia, unica certezza, unica protezione, unico sostegno. Un compagno, gli amici, mi danno forza, mi fanno vivere bei momenti, ma possono non essere per sempre.

D- La tua esperienza all'università?

V- La mia esperienza all'università. La triennale abbastanza devastante. Sei matricola, ti devi integrare nell'università e in una città nuova. Le prime bocciature, le prime delusioni. Ti senti incapace, impotente, un po' fallito. Però poi ti rendi conto che ti puoi rialzare, che se credi veramente in una cosa riesci ad andare avanti ed ottenere quello che vuoi. Nonostante le delusioni nell'ambito universitario sono riuscita a proseguire, spinta dal fatto che c'erano sempre i miei a credere in me. Mi sentivo di doverli ripagare in qualche modo. Una volta terminata la triennale ho avuto tutto il tempo per pensare se continuare oppure no. All’inizio ho detto no, non ci metterò mai più mano, non voglio vedere più libri, non voglio più studiare. La vedevo una cosa fine a se stessa. Però poi ho riflettuto e, dato che non mi piace lasciare le cose a metà, ho scelto di continuare e mi sono presa anche la specialistica. Si vedrà se sarà servita o meno a qualcosa.

D- Il tipo di studio come l'hai trovato? Mnemonico o costruttivo?

V- Il tipo di studio è stato differente dalla triennale alla specialistica. All'inizio mi sentivo totalmente spaesata, come se non avessi nemmeno un metodo di studio. E infatti non ce l’avevo! Al liceo ero abituata a studiare per le interrogazioni, non costantemente. È una cosa che ho dovuto poi imparare all'università. Trovato il mio metodo, sono andata avanti su quella scia. Poi sono arrivata ad un  punto in cui, quando finivo di sottolineare i libri, detestavo ascoltare la mia voce, quindi ho iniziato a non ripetere, ma a leggere più volte, a ragionare, ad approfondire. Devo ammettere che mi sono trovata meglio, ogni esame una gioia dopo l’altra! Per quanto abbia una buona memoria, lo studio mnemonico non fa per me.

D- Uno dei problemi dell'università penso sia quello di dare un esame semplicemente per dare l'esame, non per imparare.

V- Esatto. Io non volevo imparare qualcosa ai fini dell'esame. Nel momento in cui si studia in maniera più ragionata le nozioni  restano. In caso contrario, si va a fare l’esame e dopo qualche giorno non ti è rimasto molto poco.

D- Come mai Lingue?

V- Ho fatto il Liceo linguistico quindi mi sembrava il percorso più naturale da affrontare. Anche un po' ad esclusione, devo dire la verità. Anche il Liceo linguistico è stato ad esclusione dato che non volevo assolutamente intraprendere studi che mi avrebbero portata ad avere a che fare coi numeri, col greco o il latino. E, visto che sono stata sempre appassionata di lingue e culture straniere, di viaggi, l'unica strada che mi sono sentita di intraprendere è stata Lingue. Questo per potermi poi rapportare a persone di lingue e culture differenti. Avevo voglia di imparare una lingua e poterla poi parlare, non fossilizzarmi solo sulla mia.

D- Una nuova lingua ti apre anche nuovi spazi di immaginazione, diciamo.

V- Sì, tanto. Si dice che nel momento in cui si inizia a sognare nella lingua che si studia vuol dire che è diventata tua. Nonostante la mia viva immaginazione, non mi è ancora capitato. Forse il limite sta nella lingua. Devo approfondire!

D- Se ti dico "viaggio"?

V- Se mi dici "viaggio" penso a una fuga, magari imminente. Adoro la Francia e la sua lingua. Sono stata a Parigi e me ne sono innamorata. Non so se è una città nella quale potrei vivere, da turista è favolosa. I francesi, soprattutto i parigini, sono detestati un po' da tutti in quanto snob. Sono riuscita a rapportarmi a loro in diverse occasioni, anche di lavoro, senza mai essere diffidente nei loro confronti. Sono sempre stata disposta a capire di più. Se poi devo decidere di fare i bagagli e partire me ne andrei molto più lontano. Non penso nemmeno a qualcosa di europeo come Lisbona, conoscendo il portoghese andrei  in Brasile. Lì c'è una cultura totalmente differente, ancora più lontana e ancora più stimolante. Si, opterei Brasile!

D- Ok, visto che parliamo di luoghi. Secondo te quanto condiziona l'essere umano il posto in cui cresce e quanto invece è l'indole a formarlo?

V- Secondo me dipende da quanto sia forte la personalità di un individuo. Ho visto persone che si sono lasciate condizionare dal luogo in maniera negativa, perché deboli o non abbastanza forti, che si sono lasciate trascinare in situazioni nelle quali non avrebbero mai pensato di trovarsi. Lo posso dire perché vedo tra gli studenti qui a Napoli, nel caso specifico, che si lasciano condizionare da persone che fanno uso di droghe o cose del genere, sicuramente spinti da una forte curiosità. Se si è deboli  è molto facile lasciarsi coinvolgere. È una cosa che è capitata anche a me: ho avuto a che fare con persone che mi volevano trascinare in un mondo a me ignoto ma senza successo, la mia indole è sempre stata abbastanza forte. Sono stata derisa per questa cosa ma non mi interessava. Se sono convinta sono categorica, non mi lascio imbambolare. Il luogo può condizionare tanto o poco, dipende da quanto noi siamo influenzabili.

D- Situazione politica.

V- Situazione politica (ride). Del nostro paese?

D- Sì.

V- Disastrosa. Diciamo che io sono un po' codarda da questo punto di vista, nel senso che so oramai com'è il sistema, quanto non funziona la politica in questo paese. Più non funziona, meno me ne interesso. Vuol essere anche una sorta di via di fuga, attimi in cui penso di voler seguire e interessarmi  alle cose che mi fanno stare bene. La politica è una cosa molto più grande di me.

D- Diventa un meccanismo di autodifesa.

V- Esattamente, diventa un meccanismo di autodifesa, almeno per me. Non so se ci possa essere una via di ripresa per noi. Lo stato attuale delle cose non fa sperare ad una miglioria, ma sono un po’sognatrice, credo nell’"utopia della ripresa"!

D- Alla fine il bisogno di distaccarsi da questo tipo di informazione ce l'abbiamo un po' tutti quanti, no? Secondo te da che nasce?

V- Nasce da un insuccesso, sicuramente. Nel momento in cui le cose vanno bene, si va avanti contenti. Nel momento in cui le cose non vanno bene si preferisce fuggire, deviare il problema. Questo uno dei motivi del successo di un film demenziale al cinema. Hanno nesso secondo me le due cose. Voglia di svago, di ridere di qualcosa di stupido, che faccia distaccare per un paio di ore dalle problematiche che ci circondano, molte delle quali riconducibili alla politica.

D- Il futuro.

V- Il futuro è esattamente come il presente di cui parlavo prima. Ho delle aspirazioni, ho voglia di viaggiare, di poter lavorare appena laureata. Mi farebbe tanto piacere poter pensare che possa accadere davvero. Non  so se sarà così, vedo tante persone che mi circondano, laureate da  tempo, che stanno sbattendo ovunque senza trovare niente. Mi dico che per me non sarà così, io sarò fortunata, magari... e quindi il futuro è da vedere, spero abbia in serbo per me qualcosa di buono. Comunque non sono una di quelle persone che aspettano la manna dal cielo. So che se voglio ottenere qualcosa devo impegnarmi. E quindi, affinché  il futuro possa essere come lo voglio, devo fare qualcosa, devo mobilitarmi. E sono pronta!



martedì 23 luglio 2013

Intervista a M.

Intervista a M., studentessa di Lingue all'Orientale di Napoli. Questo progetto è una sorta di documentario letterario, lontano dalle vetrine televisive di politici e pseudo-celebrità, per fotografare ciò che stiamo vivendo. Ho pensato che lo scritto, pur essendo meno immediato del video, sia un buon modo di contrapporsi alla società dell'immagine, nella quale siamo abituati a cambiare velocemente canale ogni volta che qualcosa non ci va. Quello che propongo è un ritorno alla calma, alla lentezza, all'ascolto del quotidiano. Le interviste sono prima registrate e poi portate su carta, cercando di mantenere il più possibile la fedeltà al parlato. Le persone che hanno partecipato e quelle che parteciperanno si esprimono in maniera colloquiale e non costruita, quindi gli errori e le ripetizioni sono qualcosa di normale e di non risibile (se ci registrassimo 24 ore su 24 ci accorgeremmo di quanti errori commettiamo parlando). Buona lettura.

 
"La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto." (Charles Bukowski) 


D- Qual è il tuo rapporto con il presente?

M- Strano. Sì, è un periodo strano adesso. E me ne sto tornando a casa per capire.

D- Come percezione generale?

M- Abbastanza positivo, alla fine. Però nella mia testa non lo è. Quando ci penso un po' di più ho paura. Quindi evito di pensare moltissimo, almeno in questo momento.

D- Ok. La velocità.

M- La velocità?

D- Sì, come ti relazioni al fatto che viviamo in tempi così veloci?

M- Io sono lenta quindi non lo so. Sono lenta in quasi tutto quello che faccio, anche nelle piccole cose. Però alla fine riescono, pure se le faccio lentamente riescono. In realtà mi piace la velocità, mi affascina. Quando sto in macchina con mio padre sono tranquilla, anche se corre, perché mi fido. Spero un giorno di diventare più veloce in quello che faccio. Nello stesso tempo è qualcosa che mi angoscia. Secondo me ognuno ha i suoi tempi, chi è più veloce, chi meno.

D- L'università.

M- Male (ride). Spero di darmi una mossa. Finora sono stata tre anni a Napoli, a studiare, però ho dato pochissimi esami. Spero di andare meglio più avanti. Magari trovo il mio giusto ritmo.

D- Perché Lingue?

M- Perché da piccola c'erano i miei parenti dalla Germania che venivano qui e parlavano sia italiano che tedesco come se fosse niente. E la cosa mi affascinava un sacco, tutt'ora mi affascina. Un giorno spero di avere un figlio che parli almeno due lingue.

D- In che cosa credi?

M- Nelle anime. Penso che ognuno abbia un 'anima, bella o brutta che sia. Che forse si deve anche migliorare nel tempo, vivendo. E nel bene. Anche se so che ci sono tante persone cattive per me il bene dovrebbe sempre trionfare.

D- Secondo te qual è la natura dell'uomo?

M- Secondo me è buona, solo che poi ci sono circostanze che portano a diventare cattivi o altro. Però spero sempre nella redenzione, non so. Spero che crescendo si possa cambiare.

D- In senso spirituale? Credi in Dio?

M- In Dio non ci credo da un po', dopo aver studiato filosofia al liceo. Però credo nella morale di ognuno, spero che sia portata al bene. La mia lo è.

D- Il rispetto dell'essere umano in quanto tale, senza pensare ad un aldilà.

M- Sì, esatto.

D- Le aspettative. Come ti relazioni alle aspettative?

M- Con un po' di paura e ansia, evito anche di pensarci perché in questo momento non so cosa sarà di me. Spero in qualcosa che possa darmi un agio tale da poter viaggiare e conoscere. Non so se fare figli sia una mia ambizione, magari lo sarà. Adesso non lo metterei un figlio a questo mondo.

D- I social network.

M- Io li uso poco, non li uso per esprimermi al meglio. Secondo me è inutile, anche perché è un po' falso l'atteggiamento a cui ti portano, è un po' falso stare dietro uno schermo. Io preferisco comunicare con la musica, con citazioni. Anche frasi mie, se mi vengono delle cose carine in testa. Adesso non ho soldi sul cellulare e li uso anche per prendere un appuntamento o cose del genere. Anche per parlare con mia madre, a volte. Poi per le foto, per averle a portata di mano.

D- Se ti dico "viaggio"?

M- Eh, lo vorrei fare un bel viaggio adesso. Mi piace viaggiare, un sacco, e spero di poterne fare tanti nella mia vita. Anche mentali, non solo fisici.

D- Sei vegetariana.

M- Sì.

D- Vuoi parlarne?

M- (ride) Sì. In realtà è sin da piccola che lo volevo essere. Anche dopo aver visto una puntata dei Simpson, quella classica di Lisa che parla con, non ricordo cos'era, forse un vermetto. Mi dissi che mi sarebbe piaciuto diventare vegetariana. E ho deciso di diventarlo a diciott'anni perché a quel punto ero io che potevo decidere cosa mangiare. Ultimamente ho desiderato una fetta di carne, credo sia stato perché era da un po' che non mangiavo cotolette o hamburger di soia. Non avevo forse i giusti apporti nutritivi. Spero di continuare a esserlo, anche nel caso in cui dovessi avere un figlio. Ma non penso di imporglielo perché sarebbe molto egoista.

D- Come imporre la religione.

M- Sì, infatti io non penso di battezzare un eventuale figlio, voglio che decida lui quello che vuole essere. Potrà sempre farlo quando crescerà. C'è la mia migliore amica che non è stata battezzata e l'ammiro perché ha avuto la possibilità di fare quello che vuole, tuttora ce l'ha. Io ho solo il battesimo e la comunione però sono comunque imposizioni. Crescendo in un paese è inevitabile.

D- Sì, ci cresci dentro. Tematica imposizioni sociali. Visto che hai parlato di bambini, come percepisci la differenza con cui vengono trattati gli uomini e le donne?

M- In realtà non ci penso tantissimo perché penso che in primis tutti sono persone. Al mio paese una ragazza che sta fuori tutto il tempo è vista di malocchio, però a me non interessa questo tipo di discorso. Non penso che debba essere per forza l'uomo a portare i soldi a casa. Anche entrambi, anche solo la donna. E spero che un giorno tutte queste cose vengano superate perché veramente io credo nell'essere umano in quanto tale, uomo o donna che sia. Ultimamente ho conosciuto un ragazzo, è gay. Al di là dei suoi interessi sessuali mi piace come persona, come uomo.

D- Napoli.

M- Napoli è bella. In questo periodo però ho bisogno di cambiare un po' aria. Proprio perché è troppo estrema. E forse, a lungo andare, questa cosa non va bene. Però mi piace in tutti i suoi aspetti. È bella Napoli, veramente bella. Al di là di tutto, della munnezza, di tutto quello che c'è. È coloratissima.

D- La Sicilia.

M- La Sicilia è bellissima. È la mia casa. Mi rendo conto che, quando sono dalle mie parti, sento tutto molto più familiare rispetto a qua. Forse siamo un po' chiusi, da noi vale un po' più il detto "i panni sporchi si lavano in famiglia". Non si dà motivo agli altri di riderci dietro, per esempio. Almeno così mi hanno insegnato da piccola.

D- Il futuro.

M- Il futuro, ripeto... lo vedo un po' offuscato. A volte quando penso di diventare vecchia mi sale tanta tristezza. Però credo che in quei momenti si vedrà tutto in un'altra ottica, completamente diversa. Lo vedo un po' offuscato al momento anche perché non ho una laurea, non ho niente, non ho soldi miei, quindi è tutto molto appannato.

D- Situazione politica.

M- Di questo ne so molto poco. E non m'interessa. Secondo me è importante vivere secondo la propria morale, cercando di fare del bene a tutti. Credo sia questo ciò che è importante. Non ne so granché. Anzi, niente.

D- Forse è un modo per spostare l'attenzione. Invece di pensare a migliorare noi stessi ce la prendiamo col sistema.

M- Sì. Secondo me non si deve dare la colpa al sistema. Per cambiare il sistema bisogna cambiare se stessi, lavorare su se stessi. Ed è quello che cerco di fare ogni giorno, spero anche gli altri. Anche se molti penso non lo facciano. E questo mi dà molta tristezza.

domenica 16 giugno 2013

Intervista a Pasquale Racca.

Intervista a Pasquale Racca, 27 anni, Producer. Questo progetto è una sorta di documentario letterario, lontano dalle vetrine televisive di politici e pseudo-celebrità, per fotografare ciò che stiamo vivendo. Ho pensato che lo scritto, pur essendo meno immediato del video, sia un buon modo di contrapporsi alla società dell'immagine, nella quale siamo abituati a cambiare velocemente canale ogni volta che qualcosa non ci va. Quello che propongo è un ritorno alla calma, alla lentezza, all'ascolto del quotidiano. Le interviste sono prima registrate e poi portate su carta, cercando di mantenere il più possibile la fedeltà al parlato. Le persone che hanno partecipato e quelle che parteciperanno si esprimono in maniera colloquiale e non costruita, quindi gli errori e le ripetizioni sono qualcosa di normale e di non risibile (se ci registrassimo 24 ore su 24 ci accorgeremmo di quanti errori commettiamo parlando). Buona lettura.

 
"La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto." (Charles Bukowski) 


(accendo il registratore, Pasquale fa rumore accartocciandoci sopra un foglio)

D- Nooo..! Sarà una tortura! (ridiamo)

P- Posso mettere un po' di hardcore in sottofondo?

D- Certo, mi faciliti il compito. Ok. Il tuo rapporto con il presente.

P- Il presente si vive un po' alla giornata. Perché non riesci a fare più di tanto progetti sul futuro. Non solo a livello economico, ma in generale. Quindi si vive un po' alla giornata, come capita.

D- Quindi si vive senza programmi, senza aspettative?

P- No, l'aspettativa deve esserci. Perché se non hai un aspettativa, un punto di riferimento, un obiettivo da raggiungere, tanto vale che ti spari. Se dovessi vivere giornate tutte uguali, davanti un bar, a dire "Vediamo chi passa", mi sarei già sparato. Bisogna pensare agli obiettivi, poi si vede di realizzarli mano a mano.

D- La musica.

P- Per me è come chiedere "la vita". Indifferentemente dal genere musicale. La musica è un linguaggio. Come ci sono tanti tipi di lingua al mondo, ci sono tanti generi musicali diversi. Ovviamente a te piace un genere, tra virgolette tu parli una lingua, capisci che tipo di emozioni trasmette quella musica, capisci il modo in cui parla quella musica. Altre persone apprezzano altri generi, parlano altre lingue. Ognuno ha i suoi gusti. A parte il gregge, che è privo di gusti musicali e segue semplicemente la massa. Non esiste, secondo me, una musica migliore dell'altra. La musica è arte. C'è chi ama un tipo di arte e chi un altro. Però, per come la vedo io che sono un po' più di larghe vedute, è bello ascoltare parecchi generi, essere informato, conoscere... anche per capire come trasmettono i diversi tipi di musica.

D- Anche per mescolarli in quello che fai?

P- Mescolare... non più di tanto. Più che altro è riuscire a capire i messaggi. Una canzone può essere bella quanto vuoi, sia a livello tecnico che  strumentale. Ma se non ti trasmette niente è vuota. Qualsiasi tipo di canzone. Può essere una canzone rock, una canzone metal, una canzone hardcore. Se non trasmette la dimentichi subito. Appena finita la canzone, se ti chiedo come faceva il ritornello non lo ricordi.

D- Perché Menthalquake?

P- Il nome è nato da un gioco. Anni e anni fa, a scuola, parlando con un mio amico, Antonio M., dicevo "Mi devo trovare un nome d'arte per fare musica". All'epoca facevo musica tanto per dire, eh (ride). E mi piaceva quest'idea della musica potente, che ti spacca i timpani, che ti fa venire il “terremoto mentale”. Chiedo "Anto', ti piace Mentalquake?", dice "Sì, scrivilo con la h però". "Che c'entra la h?". "Licenza poetica". E va be'. Infatti da allora vengo spesso preso in giro, "Vedi che non ci vuole la h in Mentalquake". E io rispondo "Sì, licenza poetica".

D- Pensi che la tua musica, in Italia, sia di nicchia?

P- No. Qua a Grottaminarda è sconosciuta. Già a Roma c'è, si fanno serate, eventi. Qualcosina si fa pure nella zona di Napoli. Al nord Italia va bene come musica. E all'estero spacca. Ci sono vari eventi. Il genere sta migliorando, sulla qualità audio e sullo stile. Perde un po' del pubblico vecchio perché è affezionato a com'era prima, però basta fare un piccolo ragionamento: chi viene in discoteca? I vecchi o i giovani? I giovani, e quindi ci si adatta di più ai giovani.

D- Grottaminarda.

P- Cosa di preciso?

D- Il tuo rapporto col paese.

P- Con Grottaminarda c'è un odio e amore. Credo che alla fine sia una cosa che pensano tutti quanti. Perché stai qua e non ti passa la serata, passi il tempo con un amico a far chiacchiere se non sta da un'altra parte per studio o per altro. Però come paese, a livello di attrattive, è vuoto, non ha niente. Ovviamente ognuno si lamenta del proprio paese, è così. Però tutte le volte che sono stato via, in giro, un po' di nostalgia c'era sempre. Ma  penso sia più la nostalgia dei familiari e degli amici. Potendoli portare tutti da un'altra parte me ne sarei già andato. Qui non vedo prospettive di crescita, non del paese, proprio come persona. Stando qui l'unica prospettiva che hai è lavorare in una fabbrica senza mai poter crescere, lavorativamente parlando. Farai l'operaio a vita, aspettando la pensione finché non passa tutto. E che hai lasciato? Niente. "Chi era Tizio e Caio?". "Quello che apparteneva a...". "È morto". "Pace all'anima sua".

D- In che cosa credi? I tuoi principi.

P- Quello in cui credo maggiormente è l'amicizia. Ci sono parecchi conoscenti, pochi amici. E quei pochi amici, te li porti per tutta la vita. Perché sono quelli che ogni volta, per ogni minima cosa, ci sono. Guardo molto i dettagli, può sembrare pure una stronzata, per dirti: "Oh, ho finito le sigarette, mi offri una sigaretta?", "È l'ultima, fumala tu". È una stronzata, però è dalle piccolezze che capisci se una persona ti vuole bene, ci tiene a te. Guardo parecchio i dettagli perché una cosa grande, una cosa vistosa, uno la può pure fare per farti credere chi sa cosa. Mentre i dettagli sono importanti perché sono spontanei, uno non ci pensa neanche in quel momento. Qualche altra cosa in cui credo? Nell'amore zero. Ho capito che l'amore è semplicemente chimica, un'attrazione chimica. Penso che sì, puoi sentire il vuoto allo stomaco con una persona all'inizio, quando ci stai assieme, certi sguardi, ecc. Però penso che ci siano valori più forti che si ottengono pian piano costruendo il rapporto, quando una persona fa parte della tua vita. Questo non è per entrare nella monotonia del rapporto, nell'abitudine eccetera. Però quando fai un progetto, quando fai qualcosa, automaticamente nella tua testa pensi sempre per due. E penso che questa sia una cosa molto più bella di un vuoto allo stomaco. Una persona che sai che ci sarà sempre e per la quale anche tu sei un punto di riferimento. Oggigiorno vedo che molte ragazze e ragazzi cambiano più spesso partner che mutande. Sarà pure questa moda di Facebook che ha imbambolato tutti. Una posta la foto di tette e cosce al vento, elemosinando i "mi piace". Fanno di tutto per ottenere più "mi piace" e poi si sentono “violate” se fai un complimento, quindi preferisco non incularmele proprio perché se no farei semplicemente il loro gioco. L'ho detto, probabilmente mi fidanzerò con qualcuna che non ha Facebook.

D- Ecco. Secondo te i social network ci stanno peggiorando?

P- Peggiorando da una parte e aiutando dall'altra. Mettiamo il caso di quando si votò ai referendum. Se non fosse stato per i social network non si sarebbe saputo niente. Quindi da una parte ci sta un po' di libera informazione, da un'altra c'è disinformazione perché un cretino scrive una stronzata e tutti quanti la condividono. Per farti un esempio, quei post su cui scrivono "Questa tipa si deve operare, metti mi piace per dare una mano". Te li immagini i medici che aspettano dietro lo schermo? "Mancano dieci mi piace e poi potremo cominciare a operare" (ridiamo). In più vorrei spiegare una volta per tutte che raggiungendo cinquantamila mi piace a una pagina non si annulla una legge. Facebook non vale per i referendum (ride). Siamo rovinati dal fatto che ti dicevo prima, che ormai sembra che le persone stiano perdendo i propri principi, i propri valori, per l'apparenza. Potrei essere pure io uno splendore con Photoshop, come fanno tutti. Avrei una faccia di porcellana, come quando fanno quegli sfumii fatti a cazzo. Non è una cosa maschilista, parlo pure per i maschi.
È una questione di domanda e offerta. Se parecchi ragazzi vanno dietro a ragazze che si vestono in un certo modo, si comportano in un certo modo, le altre si adeguano. Però non voglio giudicare nessuno, cazzi loro, la vita è la loro. Magari, tra vent'anni, faranno vedere ai nipoti "Guardate, questa ero io su Facebook". E mostrano foto con le tette al vento. Non lo so. Te l'immagini?

D- Situazione politica.

P- Sono ateo. Oggigiorno andare alle urne è per scegliere il meno peggiore. Anche perché il cittadino medio è facile da ingannare, basta che gli fanno sentire le stronzate ai tg - i tg sappiamo di chi sono - e le persone cominciano a ragionare in quel modo. Perché te lo ripetono tante di quelle volte, in modo diverso, che ti portano a ragionare così. Non te lo dicono esplicitamente, ti mettono quel pensiero in testa. E vedo che parecchie persone dicono le stesse stronzate che sentono ai tg e poi magari non è che si vanno a informare su un giornale libero, come un giornale estero. Io per esempio, lo dico apertamente, ho votato Grillo proprio per provare. Berlusconi c'è stato tanto tempo e non ha fatto niente, Bersani chi l'ha visto. Grillo era la novità. Speravo meglio.

D- Siamo una generazione che scappa tanto dalla realtà: che ne pensi? E, se pensi sia così, perché?

P- Scappiamo dalla realtà perché siamo la generazione del web. Stando sempre spiaccicati vicino a Facebook il mondo lo viviamo attraverso internet, e lo viviamo anche in maniera ingannevole perché via internet ognuno ti può fare vedere che cazzo vuole. Come per gli immigrati che vengono qua in Italia perché nelle nostre tv fanno vedere la bella vita, passano tette e culi di continuo. Vengono qua e si fanno la fame assieme a noi.
La maggior parte delle persone della nostra generazione, sono  persone che passano il tempo a lamentarsi ma poi senza fare niente. Io, se qualcosa non mi va, mi posso lamentare all'inizio, ma poi devo pur fare qualcosa per ottenere quello che voglio o cambiare quello che non mi piace. Qua invece aspettano che le cose si risolvano da sole. E non funziona così. Però penso che l'italiano medio, fino a quando avrà le batterie cariche del telecomando e la connessione che funziona, si lamenterà sempre e non farà mai nulla. Sicuro.

D- La tua esperienza al militare, se ti va di parlarne.

P- Sì, è stata una bella esperienza che mi ha aiutato a crescere. La prima esperienza fuori casa, senza essere “coccolato”, con mamma e papà a fare tutto. Ho cominciato a cavarmela da solo, ho cominciato ad arrangiarmi: questo c'è da mangiare, non dici "non mi piace" se no stai digiuno. Sono stato in una caserma che non era granché. Però era comunque artiglieria, posso dire che ho sparato col carro armato, alla faccia di tutti (ride).

D- La velocità.

P- Di cosa?

D- Dei tempi. Viviamo tempi abbastanza rapidi, come hai detto tu prima, anche nei rapporti umani.

P- Ah, sì. Ma proprio perché molta gente non cerca di fare qualcosa, di trovare qualcosa, un impegno. Le giornate passano tutte uguali. Nel momento in cui uno si sveglia a mezzogiorno, perché di lavoro non se ne parla e nemmeno si cerca perché alla fine la gente si sa solo lamentare, ti dici "Ma io negli ultimi sei mesi che ho fatto?". Quando ti va bene e te ne accorgi. Se no passa pure un anno e dici "Cazzo, è già passato un anno".
E pensare che la vecchia generazione alla mia età aveva già una famiglia!

D- Oggi non c'è la possibilità.

P- Un po' ci trastulliamo a dire che non c'è possibilità. Però che facciamo noi per cambiare questa cosa? Condividiamo. Metti "mi piace" se anche tu vuoi che questo schifo venga eliminato.

D- Il futuro.

P- Il futuro 'sti cazzi (ridiamo). Come ti ho detto prima non puoi fare progetti, puoi avere solo aspettative. Se hai un obiettivo da raggiungere stai meglio, ma se il tuo massimo obiettivo è stare avanti al bar o parlare di poker, che guardi a fare al futuro? Sparati. Qualsiasi sia il tipo di obiettivo, cercalo. Pure una stronzata: voglio quella macchina. Cerca di riuscirci. Il senso della vita è avere uno scopo, se non hai uno scopo a che serve la vita? Hai fatto un passaggio. Sei nato, cresciuto, invecchiato e morto. Durante questo passaggio, se non hai lasciato niente che sei passato a fare?

D- Ultima. Cosa vorresti lasciare con la musica che fai?

P- Grazie a internet, da qua a cinquant'anni, potranno sentire qualcosa di mio, di molto retrò, ovviamente, perché saranno passati cinquant'anni. Qualcuno forse ascolterà e non avrò lasciato chi sa che grande aiuto per l'umanità però qualcuno, pure quando non ci sarò più, avrà dedicato quei cinque minuti per sentire la canzone. È come se lasciassi un quadro. Dentro un museo uno lo guarda. Pure di sfuggita, ma lo guarda. Magari va a leggere nel bordino di chi era e dice "Ah, questa persona è esistita".
E poi più che altro lo faccio aspettando le groupies.

D- Sentito? Letto?

P- Groupies! Cercasi groupies!

D- Salutiamo le groupies.